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"Le parole più silenziose sono quelle che suscitano la tempesta. Pensieri che vengono su piedi di colomba, dirigono il mondo”.
Così parlò Zarathustra- Friedrich Wilhelm Nietzche

gallo_px200In Albania e nel sud del mondo, le donne sono: figlie, mogli, madri e suocere. Non sono, in genere, donne. Sono ruoli. Non parlo delle donne di Tirana, alcune delle quali sembrano essere emancipate, come tutte quelle che vivono nelle città, apparentemente. Parlo delle donne delle periferie e delle campagne.

Ieri la suora superiora di una missione cattolica al centro dell’Albania è stata invitata da una famiglia cattolica che vive nella campagna. La suora ha chiesto il permesso di portare anche me, la dottoressa della missione. Permesso accordato. Il padrone di casa con la figlia quindicenne ci è venuto a prendere in macchina. Alcune decine di chilometri e siamo giunti alla sua casa. Poche casette del regime comunista dentro un recinto. Un pezzetto di terra come giardino e cortile per polli e maiali. Una casetta tinta di verde brillante ad accoglierci. Patio in cemento, albero di natale sintetico sulla soglia, scarpe sui gradini, tappeti nel corridoio e nelle stanze di ricevimento. Fredde e spoglie. Pulite. Una stufa a legna in uno dei due soggiorni.

La padrona di casa, una sorridente e intimidita signora con due bei denti d’oro in bella vista ci accoglie quasi timorosa. Poi scompare in una delle casette che fa da cucina. Ammazza quasi sotto i nostri occhi un pollo e lo va ad arrostire. Noi restiamo con la ragazzina e il padre che parlano solo albanese. Non capisco niente. Ad un certo punto il padre va a prendere un nipote ventenne che conosce la lingua italiana. Dopo un poco ritornano. Il nipote è stato in Italia per alcuni anni, immigrato clandestino per lavoro in nero e conosce l’italiano. Ci intratteniamo in veranda a chiacchierare e a prendere il sole. La madre è scomparsa. Missing. Persa nelle casette del regime a cucinare. Chiedo di lei. Risposta: non può stare con noi. Deve cucinare. La figlia quindicenne ci fa compagnia. Nel frattempo è giunta una cuginetta della sua età. Tutti lì a conversare gentilmente e la madre, o la moglie, sempre assente.

Arriva l’ora del pranzo. Entriamo in soggiorno, noi con le scarpe, loro con i calzini. Ci collochiamo accanto alla stufa a legna, accesa, e si apparecchia sul basso tavolino. Siamo in sette ma si apparecchia per quattro! Per me, la suora, il padrone di casa e il nipote. Le due ragazzine, la figlia e la nipotina. e la padrona di casa?. Nisba! Loro, le tre donne, hanno già mangiato, dice il padrone di casa Io chiedo. Perché non si siedono con noi? E quando hanno mangiato?  Le ragazzine sono state sempre con noi, la signora sottocoperta a cucinare… Non hanno potuto mangiare, insisto.
No, hanno già mangiato replicano i due uomini. Ok. Accetto la versione  e inizio a mangiare le cose buonissime che la signora, secondo me digiuna, ha preparato. Carne mista arrosto, olive schiacciate, patate fritte, pomodoro in insalata e formaggi vari eccellentissimi e yogurt bianchissimo con verdure. Vere specialità albanesi. Gli uomini bevono raki, la loro grappa nazionale che drinkano come acqua, e noi beviamo vino locale. Io sto a disagio. Chiedo al padrone di casa di chiamare la moglie sempre sparita alla nostra vista e di farla sedere con noi. Cortesemente e sorridendo la chiama, lei arriva e si siede un pò distante dal tavolino imbandito ma sta con noi.

Sono contenta. Alla fine del pranzo il padrone di casa offre alla suora un gallo. Lo fa prendere dalla figlia che lo porta da noi per farcelo vedere e poi ucciderlo per consegnarlo come dono per la missione. Il pennuto è bello e fiducioso sulla spalla della sua padroncina e non immagina la fine che sta per fare. Intercedo per il gallo. Chiedo salva la sua vita e le sue penne. Mi guardano perplessi e stupiti. Il gallo è stato cresciuto per essere ammazzato. Lo so, dico. Ma è troppo bello, ci sta guardando, vi prego, risparmiategli la vita. Il padrone di casa mi accontenta. Mi promette che morirà di morte naturale e lo libera. – Sarà vero? O gli torcerà il collo la prossima domenica? Gli voglio credere. Finito il pranzo, baci e abbracci alle donne e andiamo via. Per strada ci fermiamo ad un incrocio. Lì all’angolo, uno spiazzo. Gente affollata presso un bancone. Un vitello scuoiato appeso ad una trave, uno già a pezzi sul tavolaccio e… uno vivo con uno sguardo dolcissimo e mansueto attaccato con una corda ad un palo, prossimo a essere scannato. Ucciso. Ammazzato. Volgo lo sguardo altrove e mi prometto che da oggi sarò vegetariana, o più esattamente non mangerò mai carne.

Con il pensiero vado alla condizione disgraziata degli animali e delle donne.

Non è solo in Albania che le donne stanno a guardare e a servire gli uomini. E a lavorare nei campi. Stessa realtà nel sud d’Italia. Campania, Lucania, Puglia, Calabria, Sicilia. A macchie di leopardo troviamo realtà tribali frammiste a isole di benessere. Sembra di non stare nello stesso territorio. La linea di demarcazione sta tra avere soldi e non averne. Tra avere un lavoro e non averlo. Tra andare a scuola e non potere andare. Noi italiani non siamo migliori degli albanesi. E non possiamo fare questioni morali. E abbiamo avuto più opportunità di loro. La nostra democrazia cristiana, con tutti i suoi limiti, ha portato progresso. Rimpiangere la democrazia cristiana, e’ tutto dire Il loro regime comunista senza limiti li ha affossati. Ma adesso per molte cose l’Italia è Albania sono parallele. Nelle cose peggiori. La mondezza in Albania, la mondezza in Italia. Quasi stesso problema. Ma noi siamo "grandi". Noi aiutiamo. Ma non siamo in grado di aiutare in casa nostra.
Ormai noi in Italia siamo in balia di politici capricciosi e vendicativi. In balia di magistrati politicizzati che fanno il bello e il cattivo tempo senza inibizioni. Tutto quello che avevamo guadagnato lo abbiamo perso. Gli albanesi non avevano nulla e se ancora molti hanno bisogno di cure, cultura, leggi e lavoro è comprensibile e umano. Non lo è per gli italiani che avevamo tanto e non abbiamo più. E lasciamo stare la crisi globale… Con l’introduzione dell’euro, la meravigliosa moneta unica, siamo sprofondati nella povertà. Tutto quello che devi comprare è raddoppiato, dai calzini, al sale, alla casa. Solo gli stipendi sono rimasti gli stessi, che risultano, a conti fatti, dimezzati. E molti stanno perdendo il lavoro. Solo la casta dei politici si salva. Il loro stipendio è grasso e salvo. Gli “onorevoli” italiani navigano molto oltre i diecimila euro mensili, più benefit di ogni tipo e qualità. E intascano la pensione subito, appena tornati a casa. Bella la vita per loro. Noi italiani avevamo, forse, un’identità. L’abbiamo persa grazie a loro. Grazie “onorevoli”. Grazie Europa.

Domenica 28 Dicembre 2008 -  Nella campagna vicino Arrameras - Fushë Krujë - Albania